Dopo la scoperta della perquisizione dell’FBI alla sua abitazione, Donald Trump ha ricominciato ad attaccare il governo degli Stati Uniti.
Molti appartenenti al GOP (Grand Old Party) ossia il partito Repubblicano, lo stanno sostenendo non tanto perché pensino sia innocente ma perché un ex presidente del loro partito è stato perseguitato dai federali.
I federali hanno perquisito la residenza per controllare se documenti riservati, che dovrebbero di norma essere inviati agli archivi di stato al termine del mandato, fossero custoditi nel club privato o nella residenza dell’ex presidente.
Se questo fosse vero, Trump potrebbe aver violato il Presidential Records Act, la legge del 1978 emanata dopo il Watergate per impedire ai presidenti di nascondere i loro documenti una volta lasciato l’incarico.
L’operazione è molto delicata, da una parte abbiamo un intervento dei federali volto a sequestrare le prove di un crimine, dall’altra parte abbiamo una vera e propria violazione nei confronti di un ex presidente accompagnata da un grosso contraccolpo politico che potrebbe depotenziare per sempre il Presidential Records Act.
Gli archivi nazionali hanno già dichiarato di aver sequestrato materiale sensibile, che avrebbe potuto causare danni alla sicurezza nazionale. (Già era noto che il signor Trump si divertiva a strappare regolarmente documenti sensibili che avrebbero dovuto essere conservati, gettandoli persino nei bagni della Casa Bianca.)
Piuttosto che esprimere preoccupazione per una possibile violazione del Presidential Records Act o anche semplicemente trattenere il giudizio fino a quando non saranno disponibili ulteriori informazioni, i difensori di Trump non hanno invece perso tempo ad attaccare i federali.
Immediatamente dopo che il blitz è stato reso noto, il repubblicano Kevin McCarthy della California, ha twittato in tono minaccioso: “Procuratore generale Garland: conserva i tuoi documenti e cancella il tuo calendario.” Ha anche accusato il dipartimento di aver raggiunto “uno stato intollerabile di politicizzazione armata”.
Il governatore Ron DeSantis della Florida ha definito il blitz “un’altra escalation nell’armamento delle agenzie federali contro gli oppositori politici del regime”.
Il signor Trump, ha condannato le forze dell’ordine, affermando: “La mia bella casa, Mar-a-Lago a Palm Beach, in Florida, è attualmente sotto assedio, perquisita e occupata da un folto gruppo di agenti dell’FBI”.
Naturalmente, questa indagine per Trump è solo un altro tassello che si aggiunge alle altre.
Il signor Trump infatti è già sotto esame dei membri della commissione della Camera che indagano sull’insurrezione del 6 gennaio e cercano di capire se ha esplicitamente incoraggiato il tentativo di colpo di stato. E i funzionari in Georgia e New York continuano a portare avanti altre indagini penali e civili contro di lui.
In ogni caso, il signor Trump non si dà per vinto; sta utilizzando le indagini contro di lui come un punto a suo favore, un segno che lui ei suoi seguaci sono perseguitati dalle forze dell’ordine.
Il signor Trump ha già scritto in maiuscolo sul suo sito web: “La sinistra radicale è corrotta. Restituisci il potere alle persone! Combatterai con me? Donate.”
La cosa peggiore è che nessuna di queste indagini sembra mettere in discussione la sua leadership repubblicana, infatti Trump punta a ricandidarsi. Al contrario, la sfacciata violazione della legge è ora una risorsa politica per lui, per i candidati e per gli agenti del GOP. Diverse persone coinvolte nel blitz alla Casa Bianca del 6 gennaio si stanno candidando e stanno vincendo le primarie del GOP, ovviamente con la benedizione di Trump, vantandosi della loro partecipazione al fallito colpo di stato avvenuto a gennaio scorso, quando almeno 57 persone che sono andate alla manifestazione, si sono radunate sui gradini del Campidoglio e hanno invaso violentemente l’edificio.
Almeno tre di loro sono stati accusati di reati legati alla rivolta. Questo ostacola le loro campagne? Niente affatto. Ad esempio, Ryan Kelley, un repubblicano che si è candidato senza successo alla carica di governatore del Michigan, ha detto da Politico che per alcune persone è “un insurrezionalista” ma per la gran parte è “un eroe che nel momento dell’assedio stava combattendo per noi”.
La scorsa settimana i negazionisti elettorali hanno prevalso in diverse primarie del GOP. In Arizona, un’ex conduttrice televisiva, Kari Lake, che ha vinto la nomination repubblicana a governatore, è arrivata a dire che anche nelle primarie che ha vinto, ci sono stati brogli ma che i suoi sostenitori sono stati più forti perché “hanno votato come se la loro vita dipendesse da queste primarie.”
E in Michigan, un attivista repubblicano sospettato di essere coinvolto in un piano per minare i risultati delle elezioni del 2020, Matthew De Perno, è sulla buona strada per aggiudicarsi la nomina repubblicana a procuratore generale dello stato. La candidatura del signor De Perno, come quella della signora Lake, è stata ovviamente voluta dal signor Trump.
Il signor Trump potrebbe essere incriminato con accuse relative a documenti rubati, frode finanziaria e ostruzione elettorale. E i pubblici ministeri dichiarano di essere a buon punto delle indagini. Ma per quanto si possano trovare confortanti tali sviluppi in tempi così instabili, dobbiamo prepararci al peggio: ossia che il signor Trump accetterà le accuse, si candiderà alla presidenza facendo leva su di esse e quindi guadagnerà voti nelle primarie repubblicane.
Non a caso il Partito Repubblicano è oggi sotto il controllo di un uomo che già in tempi non sospetti nel 2016 si vantava dicendo: “Potrei sparare a qualcuno nel mezzo della Fifth Avenue, e non perderei neanche un elettore”.